Presa di posizione della GISO Svizzera approvata dell’assemblea de* delegat* del 30 maggio 2026 a Moutier (JU)
Il mondo sta visibilmente perdendo ordine, sebbene non ne abbia mai avuto veramente uno. Trump terrorizza il mondo con la sua politica dei dazi, che rappresenta una svolta radicale nella concezione comune del commercio internazionale. Ci troviamo alla fine della seconda ondata di globalizzazione neoliberale, che si è abbattuta sul mondo intero dagli anni Ottanta. In questo momento sembra esserci una frattura sempre più profonda tra i/le* rappresentant* del neoliberalismo globalizzato e i/le* sostenitori/trici* di un neoliberalismo nazionalista incentrato sullo Stato. Entrambe le strategie economiche sono dannose per la classe lavoratric*, perché alla fine è il capitale a trarne profitto. La risposta a questa destabilizzazione internazionale non può però essere una fuga nel passato. Sarebbe sbagliato rimpiangere il libero scambio sfrenato dei decenni precedenti a Trump. Eppure, è esattamente quello che l'Europa sta facendo. I paesi dell'UE e dell'EFTA, tra cui la Svizzera, sono impegnati a concludere nuovi accordi di libero scambio, o lo hanno fatto di recente. Per esempio, stringono accordi con i paesi sudamericani del Mercosur, con l'Indonesia, la Cina e l'India. Anche tra i partiti di sinistra e i sindacati il libero scambio economico-liberale sembra stia guadagnando terreno. Ma questa posizione non può essere la nostra seria strategia contro la guerra dei dazi di Trump, perché molti dei problemi attuali affondano le radici proprio in questo libero scambio liberale incontrollato degli ultimi decenni. D'altra parte, anche l'assenza totale di commercio globale non ha senso. È chiaro che la forma economica dominante deve cambiare radicalmente a livello globale. Questo documento cerca di inquadrare gli sviluppi e i dibattiti attuali attorno al libero scambio liberale e al neoliberalismo globale, e di trarne le dovute conclusioni.
Libero scambio e protezionismo
Il libero scambio significa, in parole semplici, che merci e servizi possono essere commerciati tra paesi con il minor numero possibile di dazi e barriere commerciali. La spiegazione economico-liberale della presunta "necessità" del libero scambio sarebbe che tutti i paesi ne trarrebbero vantaggio concentrandosi su ciò che producono meglio e a costi più bassi per poi esportarlo. Ma la realtà è diversa. Le grandi imprese possono delocalizzare la produzione senza grandi ostacoli verso paesi dove i salari e gli altri costi di produzione sono bassi. Così il cosiddetto Nord globale è stato deindustrializzato negli ultimi decenni: le multinazionali hanno trasferito i loro stabilimenti produttivi nel cosiddetto Sud globale o nei paesi della periferia europea. In breve: il libero scambio liberale significa fondamentalmente libertà per il capitale. Al tempo stesso imperversa una concorrenza fiscale internazionale. Con le imposte più basse possibile, paesi come la Svizzera, Singapore, Panama o città come Hong Kong e Dubai attraggono imprese e super-ricch*. Questa “race to the bottom” provoca ingenti perdite fiscali in molti paesi, perché le persone più ricche, spostando il proprio capitale, riescono a impedire qualsiasi redistribuzione equa. La teoria alla base del libero scambio deriva principalmente dagli economisti liberali Adam Smith e David Ricardo. Fu formulata come critica al mercantilismo, la politica economica allora dominante in Europa tra il XVI e il XVIII secolo. Il mercantilismo fu a lungo la teoria del commercio politico determinante. L'idea di fondo era che un paese dovesse esportare il più possibile e importare il meno possibile. Questo avrebbe dovuto portare a concentrare quanta più ricchezza possibile all'interno del proprio paese. Durante l'industrializzazione nei paesi europei prevalse un rigido protezionismo. L'obiettivo di questa politica commerciale è proteggere l'economia nazionale dalla concorrenza straniera. I principali strumenti a tal fine sono le barriere commerciali tariffarie (dazi) o non tariffarie (quote massime di importazione, standard minimi da rispettare, ecc.). Il protezionismo venne impiegato per poter stare al passo nella corsa al progresso tecnologico. Paesi come la Germania, la Francia e gli Stati Uniti puntarono su dazi elevati per contenere le importazioni di prodotti britannici e sullo spionaggio industriale per migliorare la propria produzione. Questa strategia durò relativamente a lungo: negli Stati Uniti i dazi fino agli anni Cinquanta erano compresi tra il 35 e il 50%. Dopo la Seconda guerra mondiale i dazi furono progressivamente ridotti, ma ciò avvenne solo dopo che gli Stati Uniti erano diventati la principale potenza economica mondiale. A titolo di confronto: negli anni Duemila i dazi statunitensi sulle importazioni erano di circa il 2%. Verso la fine del XIX secolo, la Gran Bretagna fu il primo paese ad adottare sistematicamente il libero scambio e dazi bassi, ma anch'essa solo nel momento in cui la sua supremazia economica era già consolidata. Contrariamente a quanto spesso affermato, le potenze coloniali del cosiddetto Nord globale non devono la loro ascesa economica principalmente al libero scambio, bensì a misure protezionistiche con cui hanno costruito e protetto intenzionalmente le proprie industrie. Il libero scambio si è rivelato storicamente vantaggioso per lo più solo quando i paesi disponevano già di un'economia forte e internazionalmente competitiva. In pratica, libero scambio e protezionismo sono però difficilmente distinguibili in modo netto. Piuttosto, nel corso della storia l'accento si è posto alternativamente sull'uno e sull'altro. Tra lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914 e il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, in molti paesi europei tornarono a dominare misure protezionistiche. Le guerre, le crisi economiche e l'instabilità politica indebolirono numerose economie nazionali e spinsero gli Stati a schermare maggiormente i propri mercati, con la Gran Bretagna come una delle poche eccezioni. L'alternarsi storico tra libero scambio e protezionismo seguiva raramente convinzioni puramente ideologiche. Era per lo più determinante la questione di quale strategia permettesse agli Stati di garantire la maggiore prosperità e il maggiore potere economico nelle rispettive condizioni economiche.
L'ascesa del neoliberalismo
Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti divennero la principale potenza economica e svolsero un ruolo centrale nella costruzione di un nuovo ordine economico internazionale. Anche l'ONU, appena fondato, sottolineò l'importanza della cooperazione internazionale come base per la pace e la prosperità. Sotto la parola d'ordine “Mai più la guerra” furono create numerose forme di cooperazione scientifica, istituzionale ed economica. Già nel 1944 furono fondati il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Banca mondiale). Su iniziativa degli Stati Uniti nacque nel 1947 il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), un accordo commerciale internazionale per la progressiva liberalizzazione del commercio mondiale. L'accordo prevedeva tra l'altro la riduzione dei dazi, restrizioni alle quote di importazione e l'obbligo di estendere a tutti i paesi firmatari i vantaggi commerciali concessi a un singolo paese. Uno dei punti principali era il nuovo principio di parità di trattamento tra prodotti e imprese straniere e nazionali nel commercio. Dagli anni Ottanta iniziò il trionfo del neoliberalismo, di cui la logica del libero scambio globale liberale è una componente fondamentale. Il libero scambio divenne un punto di riferimento internazionale e si aprì l'era degli accordi di libero scambio. Ma anche in questo caso il libero scambio non viene affatto applicato ovunque, bensì solo dove il capitale ne può trarre vantaggio. I paesi occidentali non mirano dunque, contrariamente alle proprie affermazioni, a creare prosperità per tutt*, ma a consolidare e ampliare la propria supremazia. Dal GATT e da varie altre tornate negoziali nacque nel 1994 la World Trade Organisation (WTO). Da allora tutti gli Stati membri della WTO si impegnano a offrire agli altri le stesse riduzioni dei dazi su determinati prodotti. Da questo trattato è nato dunque il libero scambio sfrenato che conosciamo oggi.
L'era degli accordi di libero scambio
Accanto ai trattati OMC, gli accordi di libero scambio (ALS) bilaterali e multilaterali figurano tra gli strumenti più importanti del libero scambio. Si tratta di trattati di diritto internazionale tra uno o più Stati con l'obiettivo di eliminare le barriere commerciali. La Svizzera conclude i propri accordi di libero scambio per lo più nell'ambito dell'Associazione europea di libero scambio (EFTA), che ha contribuito a fondare negli anni Sessanta. Gli altri membri dell'EFTA sono Islanda, Norvegia e Liechtenstein. Oltre all'accordo EFTA e all'accordo di libero scambio con l'UE, la Svizzera ha attualmente 35 ALS con vari paesi. La Svizzera predica la politica del libero scambio liberale, ma vuole innanzitutto proteggere i propri interessi. Soprattutto quando si tratta di accordi di libero scambio con paesi del cosiddetto Sud globale, a trarne vantaggio sono per lo più i ricchi paesi industrializzati. Grazie agli accordi esistenti, le imprese svizzere hanno risparmiato solo nel 2023 oltre 2,2 miliardi di franchi in dazi potenziali. Tali “risparmi” mancano all'altro paese nel bilancio statale per le spese destinate alla collettività. Questa somma si riflette raramente in prezzi più bassi e affluisce soprattutto alle grandi imprese. La popolazione nel suo insieme deve assistere impotente a come gli/le* azionist* delle imprese si riempiono le tasche grazie agli accordi di libero scambio. In realtà la popolazione viene raramente coinvolta nelle decisioni su questo tipo di accordi. Era già così quando Napoleone III negoziò segretamente con il Regno Unito nel 1860, ed è ancora un'amara realtà oggi. Il documento originale del TISA (Trade in Services Agreement) è conservato segretamente in una cassaforte nel Parlamento europeo ed è protetto da diritti d'autore. Una parte del testo è stata resa pubblica solo nel 2014 da Wikileaks. E con buone ragioni: la maggior parte di questi accordi viene negoziata da grandi istituzioni neoliberali internazionali (come FMI, Banca mondiale o G7), che rappresentano gli interessi dei/delle* capitalist* e perseguono il chiaro obiettivo di massimizzare i profitti nel commercio mondiale. Questo tipo di politica del libero scambio ha gravi conseguenze in tutto il mondo. L'assenza di norme sociali per i prodotti importati porta le multinazionali a produrre in paesi che non garantiscono i diritti umani e dove vigono condizioni di lavoro miserabili. Queste multinazionali aumentano i loro profitti senza alcun rispetto per i/le* lavoratori/trici*, per poi smerciare i propri beni nei paesi del cosiddetto Nord globale. Le multinazionali hanno persino il diritto di citare in giudizio gli Stati per barriere commerciali. Questi attacchi aumentano in modo massiccio. I tribunali arbitrali, come ad esempio l'ICSID (tribunale della Banca mondiale), sono infatti concepiti in modo tale che solo gli Stati siano tenuti a rispondere ai reclami di imprese o di terzi, senza possibilità per gli Stati o per i terzi di citare in giudizio le imprese davanti a questi tribunali, simbolo della dittatura delle imprese che si oppongono agli Stati e alle persone lavoratrici. In particolare, le spese giudiziarie da sostenere a ogni fase della procedura rappresentano un importo considerevole, il che induce gli Stati a rinunciare alle vie di ricorso previste da questi tribunali arbitrali, permettendo così alle imprese di vincere una larga maggioranza dei procedimenti e di ridurre gli Stati al silenzio.
Mercosur: profitti per le multinazionali, rischi per le persone e l'ambiente
Al centro dei dibattiti attuali vi è anche l'accordo di libero scambio tra l'Unione europea e il Mercato comune del Sud (Mercosur), composto da Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay. Insieme agli Stati dell'EFTA, anche la Svizzera si adopera per concludere un accordo di libero scambio con i paesi del Mercosur. Un accordo con la partecipazione della Svizzera è stato firmato nel settembre 2025. L'accordo, negoziato e discusso da anni, è giustamente oggetto di forti critiche da parte di numeros* attori/trici*. 450 organizzazioni dell'UE e del Mercosur hanno per questo motivo redatto un documento di principio in cui chiedono l'interruzione dell'accordo e una revisione fondamentale della politica commerciale dell'UE. All'inizio di quest'anno si sono svolte manifestazioni a Bruxelles e Parigi, ma anche in Polonia e Irlanda. Gli/le* agricoltori/trici* erano in prima linea, poiché le normative ambientali europee e il costo del lavoro in Europa li/le* mettono in una posizione di svantaggio rispetto alla concorrenza delle grandi aziende sudamericane. Questi accordi porterebbero dunque a problemi di dumping in Europa e spingerebbero al contempo i paesi sudamericani a concentrarsi ulteriormente sull'esportazione di prodotti agricoli e materie prime. Tutto ciò a vantaggio dei/delle* più ricch*, che intascherebbero tutti i “risparmi” resi possibili dall'accordo a spese dello Stato e dei/delle* lavoratori/trici*. La qualità di vita della popolazione in generale, sia in Europa che in Sud America, difficilmente migliorerebbe con questo accordo, anzi. Uno studio del 2018 stima la perdita di 186’000 posti di lavoro solo in Argentina, la metà dei quali nell'industria tessile, dove lavorano soprattutto le donne*. Anche il presunto aumento della prosperità difficilmente si materializzerà. In Uruguay si potrebbe persino prevedere una perdita di 100 milioni di euro. L'accordo rafforza le strutture neoliberali, spinge ulteriormente la deindustrializzazione e lo sfruttamento di persone e natura nel Mercosur. Nei paesi sudamericani le popolazioni indigene perderanno ancora più terra per soddisfare le esigenze dell'agro-industria e dell'estrazione mineraria. La dipendenza dagli Stati dell'UE e dell'EFTA si acuisce, portando all'impoverimento della popolazione. Dopo la riduzione dei dazi, i paesi del Mercosur saranno inondati di beni importati dall'UE, il che indebolisce ulteriormente la produzione interna e distrugge posti di lavoro. A trarne vantaggio sono le grandi multinazionali: nell'accordo con l'UE si tratta soprattutto dell'industria automobilistica e di quella tessile. Anche l'accordo di libero scambio della Svizzera con l'India, concluso nel 2026, è stato un regalo alle grandi multinazionali, in particolare all'industria farmaceutica. Questa produce in India le materie prime per i propri farmaci, poiché gli standard ambientali e i salari sono bassi. L'approvvigionamento idrico di intere regioni è messo a rischio dagli scarti farmaceutici non filtrati. Si tratta solo di un ulteriore esempio della politica estera disumana della Svizzera. La GISO Svizzera rifiuta con fermezza gli accordi di libero scambio neoliberali che servono esclusivamente gli interessi del capitale e non contengono meccanismi coerenti di protezione delle persone e della natura.
Fermare lo sfruttamento eccessivo del cosiddetto Sud globale!
Lo sfruttamento del cosiddetto Sud globale prosegue senza pietà attraverso strutture neocoloniali. Certo, in molti settori dove la tecnologia necessaria è ormai comparativamente economica, la produzione è stata delocalizzata in molti di questi paesi, come ad esempio nell'industria tessile. Per i prodotti più costosi, invece, la situazione è diversa: i macchinari o le loro tecnologie sono troppo costosi, anche perché la forza lavoro necessaria è cara. Questi paesi sono così costretti a produrre soprattutto in settori a basso salario. Le strutture neocoloniali determinano un vero e proprio sfruttamento eccessivo. Nell'estrazione di materie prime questo è particolarmente evidente: oro, cobalto o caffè, ad esempio, vengono estratti nei paesi del cosiddetto Sud globale da lavoratori/trici* con salari bassissimi e condizioni di lavoro inaccettabili. Le miniere e le piantagioni appartengono a multinazionali del cosiddetto Nord e/o sono commercializzate da imprese del cosiddetto Nord globale, dove confluisce anche l'intero profitto. Proprio la Svizzera svolge un ruolo centrale nel commercio delle materie prime: si stima che la quota di mercato mondiale delle imprese svizzere sia del 60% per i metalli, del 50% per i cereali, del 40% e del 35% rispettivamente per lo zucchero e il petrolio. Praticamente tutte le materie prime tranne l'oro non arrivano mai in Svizzera. Anche in Svizzera i borghesi propagano ipocritamente il libero scambio, a patto che faccia loro comodo. Ma quando si tratta, ad esempio, di diritti di proprietà intellettuale, la storia cambia. I brevetti sui farmaci impediscono la produzione di generici a basso costo, e le grandi aziende farmaceutiche come Novartis e Roche ne traggono enormi vantaggi. Possono così fissare prezzi altissimi, rendendo i loro prodotti inaccessibili nel cosiddetto Sud globale. Anche in agricoltura le conseguenze di questa politica sono devastanti: la Svizzera protegge le grandi aziende agroalimentari che hanno brevettato migliaia di varianti genetiche naturali di sementi, mettendo a rischio la sicurezza alimentare a livello mondiale. Inoltre, gli accordi di libero scambio spesso comportano danni considerevoli all'ambiente. Standard efficaci per la protezione del clima e dell'ambiente sono cercati invano, poiché ridurrebbero i profitti delle grandi multinazionali.
Il trumpismo è neoliberalismo Trumpismo significa neoliberalismo e imperialismo
Con la guerra dei dazi avviata da Donald Trump, alcune osservatrici e alcuni osservatori hanno proclamato la fine del neoliberalismo e del libero scambio globale. La guerra dei dazi può persino sembrare a prima vista contraria agli interessi dell'imperialismo statunitense in quanto artefice dell'ordine mondiale neoliberale. È vero che il governo Trump persegue una politica commerciale fortemente protezionistica, ma questo ha poco a che fare con un vero abbandono del modello economico neoliberale. Questa strategia serve piuttosto al tentativo di assicurare il predominio globale degli Stati Uniti. Il libero scambio globale e le condizioni per parteciparvi sono sempre stati costruiti in modo da servire in primo luogo l'Occidente. Trump e i principali rappresentanti del movimento MAGA alimentano deliberatamente la narrativa secondo cui gli Stati Uniti sarebbero stati economicamente «sfruttati» da altri paesi, citando soprattutto i deficit commerciali. Si tralascia però il fatto che molte grandi imprese statunitensi hanno esse stesse delocalizzato la loro produzione in paesi del Sud globale per trarre vantaggio da salari più bassi e da una regolamentazione meno stringente. Allo stesso tempo, alcuni Stati asiatici, in particolare la Cina, hanno sfruttato l'integrazione nel commercio mondiale per ampliare la propria base industriale e recuperare terreno economicamente. L'inizio anticipato dell'industrializzazione, avvenuto prima della fase più attiva del neoliberalismo globale, ha generato un'industria in grado di reggere alla concorrenza internazionale, soprattutto in confronto agli Stati africani, ai quali questa industrializzazione viene sistematicamente negata da 50 anni. L'agenda commerciale di Trump mira quindi soprattutto a riportare capacità produttive negli Stati Uniti e a inasprire la concorrenza geopolitica con la Cina. La sua politica coniuga interessi aziendali neoliberali con misure nazionaliste e protezionistiche. Tutto ciò non comporta però un cambiamento fondamentale dell'ordine economico globale. Si rischia piuttosto un'intensificazione dei conflitti commerciali internazionali, mentre i problemi strutturali della disuguaglianza globale rimangono intatti. Trump rimane fedele al neoliberalismo, semplicemente con uno spostamento del baricentro dalla sfera globale a quella domestica. Tagli fiscali per i ricchi e le loro imprese, riduzione del debito pubblico e politica di austerità per la popolazione in generale, naturalmente con spese militari in aumento, sono il programma. Vuole tagliare e letteralmente smontare lo Stato. Allo stesso tempo, cadono le norme ambientali e sanitarie e il settore finanziario viene ulteriormente deregolamentato. Con la sua strategia «Make America Great Again», Trump aliena tutti gli altri paesi, compresi quelli europei, che sono in realtà tra i più stretti alleati degli USA imperiali. I paesi dell'UE si trovano, per colpa propria, su un piano inclinato dalla crisi finanziaria globale del 2008. Per salvare le loro banche, hanno dovuto accumulare enormi montagne di debiti. Per domarli, la popolazione viene tormentata con programmi di austerità, mentre le spese militari salgono dall'altra parte sempre più. Ciò perché l'Europa deve costruire sempre più da sola la potenza militare per garantire i propri interessi imperiali e non può più fare affidamento sul vecchio partner, impegnato a focalizzarsi sulla Cina. La risposta della sinistra alle crisi e ai giochi di potere geopolitici, nel frattempo sempre più complessi, che avvengono sulle spalle della popolazione, è troppo semplicistica. La sinistra socialdemocratica si rifiuta di perseguire un'alternativa coerente al capitalismo. Per poter arrestare gli sviluppi pericolosi, la sinistra deve smettere di concentrarsi sul lento miglioramento del capitalismo. Un sistema che non potrà mai servire, nemmeno lontanamente, gli interessi della popolazione globale non va più sostenuto. Con la guerra dei dazi avviata da Donald Trump, alcun* osservatori/trici* hanno proclamato la fine del neoliberalismo e del libero scambio globale. Certo, il governo Trump persegue una politica commerciale fortemente protezionistica, ma questo ha poco a che fare con un reale abbandono del modello economico neoliberale. Questa strategia serve piuttosto al tentativo di garantire la supremazia globale degli Stati Uniti. Trump e i/le* principali esponenti del movimento MAGA alimentano deliberatamente la narrativa secondo cui gli Stati Uniti sarebbero stati “sfruttati” economicamente da altri paesi, adducendo principalmente i disavanzi commerciali come prova. Si tace però sul fatto che molte multinazionali statunitensi hanno esse stesse delocalizzato la produzione nei paesi del cosiddetto Sud globale per trarre vantaggio da salari più bassi e regolamentazioni meno severe. Allo stesso tempo, alcuni Stati asiatici, in particolare la Cina, hanno sfruttato l'integrazione nel commercio mondiale per sviluppare la propria base industriale e recuperare economicamente. L'agenda di politica commerciale di Trump mira quindi soprattutto a riportare le capacità produttive negli Stati Uniti e ad acuire la rivalità geopolitica con la Cina. La sua politica coniuga gli interessi neoliberali delle imprese con misure nazionaliste e protezionistiche. Questo non significa però un cambiamento radicale dell'ordine economico globale. Piuttosto, si profila un inasprimento dei conflitti commerciali internazionali, mentre i problemi strutturali della disuguaglianza globale rimangono intatti. Trump resta fedele al neoliberalismo, semplicemente con uno spostamento dell'accento dalla sfera globale a quella interna. Riduzioni fiscali per i/le* ricch* e le loro imprese, riduzione del debito pubblico e politica di austerità per la popolazione in generale, naturalmente con spese militari in aumento, sono il programma. Trump vuole ridurre e smantellare radicalmente lo Stato. Nel contempo vengono abolite le norme ambientali e sanitarie e il settore finanziario viene ulteriormente deregolamentato. Con la sua strategia “Make America Great Again” Trump colpisce tutti gli altri paesi, compresi quelli europei, che di fatto appartengono ai più stretti alleati degli Stati Uniti imperiali. I paesi dell'UE si trovano dal 2008, dopo la crisi finanziaria globale causata da loro stessi, su una traiettoria discendente. Per salvare le proprie banche hanno dovuto accumulare enormi debiti. Per ripagarli, la popolazione viene tormentata con programmi di austerità, mentre le spese militari aumentano sempre di più. La crescita economica in Europa è in stagnazione, e il malcontento che ne deriva offre terreno fertile all'estrema destra. La risposta della sinistra alle crisi sempre più complesse e ai giochi di potere geopolitici sulle spalle della popolazione in generale è nel frattempo insufficientemente complessa. La sinistra socialdemocratica si rifiuta di perseguire una vera alternativa al capitalismo. Per poter arrestare gli sviluppi pericolosi, la sinistra deve smettere di concentrarsi sul lento miglioramento del capitalismo. Un sistema che non potrà mai nemmeno avvicinarsi a servire gli interessi della popolazione globale non va più sostenuto.
Libero scambio o nessun commercio?
Il commercio internazionale non deve essere considerato un male di per sé. Anche la contrapposizione tra protezionismo e libero scambio non è appropriata. Il protezionismo favorisce il capitale nazionale, mentre il libero scambio avvantaggia il capitale internazionale. In entrambi i casi i/le* perdenti* sono gli/le* stess*: i/le* lavoratori/trici*. Per raggiungere un elevato tenore di vita in tutto il mondo, garantire l'accesso a tecnologie essenziali (dispositivi medici, farmaci ecc.) o semplificare la vita e il lavoro, un sistema commerciale internazionale è fondamentalmente necessario. Naturalmente lo scambio internazionale di una parte dei beni non significa che alcuni settori non possano essere completamente locali. Inoltre, determinati settori devono essere protetti dal commercio internazionale e dagli investimenti esteri, come ad esempio i servizi pubblici (energia, trasporti, acqua ecc.). Si tratta di individuare i settori per i quali il commercio rimane strategicamente vitale e di garantire una divisione internazionale del lavoro che rispetti tutt* i/le* lavoratori/trici*, indipendentemente dalla loro origine.
La GISO chiede pertanto nel breve periodo:
- Chiamare a rispondere le aziende che violano i diritti umani:
le aziende con sede in Svizzera che violano i diritti umani in altri paesi del mondo devono essere chiamate a rispondere e sanzionate, come previsto dall'Iniziativa per multinazionali responsabili, ma anche secondo la sua nuova versione, su cui verrà presto deciso in una votazione popolare. - Ostacoli alla concorrenza di dumping internazionale:
La Svizzera deve introdurre barriere commerciali tariffarie e non tariffarie per impedire che le imprese traggano vantaggio dal libero scambio realizzando profitti a spese dei/delle* lavoratori/trici* o dell'ambiente. Questi prelievi devono tener conto di quanto un'impresa ha risparmiato producendo all'estero in condizioni di lavoro peggiori di quelle prescritte in Svizzera. Devono essere considerati anche i costi ecologici. Qualora tali misure portino a prezzi più alti, deve essere garantito che il tenore di vita della popolazione non diminuisca. - Trasparenza nei negoziati e democratizzazione del processo decisionale:
È inaccettabile che i negoziati sulla politica commerciale della Svizzera si svolgano all'estero senza che la popolazione ne sia informata in modo esauriente. Le questioni relative agli accordi internazionali devono essere democratizzate, e non solo al momento della decisione finale nell'ambito di un referendum. I negoziati devono essere trasparenti e le autorità devono motivare le proprie posizioni e proposte decisionali. Anche le questioni relative alle condizioni di importazione, alla definizione di standard ecologici e alla loro applicazione negli accordi di libero scambio devono tenere conto dell'opinione della popolazione ed essere sottoposte a referendum. - Misure contro le delocalizzazioni e diritto di prelazione dei/delle* lavoratori/trici*:
Le imprese svizzere delocalizzano ripetutamente la produzione all'estero per produrre a costi inferiori. In questo modo sfruttano spesso norme di tutela più deboli per i/le* lavoratori/trici* e per l'ambiente. Per contrastare queste pratiche è necessaria una serie di misure. Un'imposta di uscita sul capitale e sulle imprese può impedire che capitali e imprese vengano trasferiti fuori dalla Svizzera. Non solo le imprese, ma anche il capitale svizzero partecipa allo sfruttamento internazionale dei/delle lavoratori/trici*. Il capitale che defluisce all'estero di norma non viene investito a beneficio della popolazione del cosiddetto Sud globale e non ne migliora le condizioni di vita, anzi. Se un'impresa dovesse comunque riuscire a delocalizzare la produzione, gli/le* ex dipendenti in Svizzera devono ricevere un diritto di prelazione sullo stabilimento produttivo in Svizzera. Lo Stato deve mettere a disposizione a tale scopo crediti a un tasso d'interesse preferenziale. L'abolizione del sistema dei brevetti: Un sistema economico egualitario non è compatibile con un sistema di brevetti che consente alle grandi imprese dominate dal capitale occidentale di realizzare profitti a spese della popolazione del cosiddetto Sud globale. I brevetti possono far sì che prodotti importanti, come ad esempio farmaci, sementi o nuove tecnologie, rimangano inaccessibili a molte persone. Al contempo creano dipendenze economiche. Le imprese del cosiddetto Sud globale, e idealmente anche gli stessi Stati, devono quindi essere in grado di produrre i beni necessari a soddisfare i bisogni fondamentali della propria popolazione. Questa produzione non può essere controllata dalle multinazionali dei centri economici. - L'abolizione del sistema dei brevetti:
Un sistema economico egualitario non è compatibile con un sistema di brevetti che consente alle grandi imprese dominate dal capitale occidentale di realizzare profitti a spese della popolazione del cosiddetto Sud globale. I brevetti possono far sì che prodotti importanti, come ad esempio farmaci, sementi o nuove tecnologie, rimangano inaccessibili a molte persone. Al contempo creano dipendenze economiche. Le imprese del cosiddetto Sud globale, e idealmente anche gli stessi Stati, devono quindi essere in grado di produrre i beni necessari a soddisfare i bisogni fondamentali della propria popolazione. Questa produzione non può essere controllata dalle multinazionali dei centri economici. - I servizi pubblici come beni comuni:
La Svizzera deve respingere qualsiasi trattato che limiti le possibilità d'azione dello Stato, ad esempio attraverso le privatizzazioni. Solo un servizio pubblico capillare e forte può difendere gli interessi dell'intera popolazione. Per questo motivo la. Svizzera ufficiale deve anche opporsi alle pratiche del FMI e della Banca mondiale. Queste istituzioni impongono spesso ai paesi del cosiddetto Sud globale il libero scambio e le privatizzazioni in cambio di crediti.
Oltre il protezionismo e il libero scambio: per una socializzazione dell'economia!
Di fronte ai problemi odierni e alle attuali condizioni materiali, la GISO Svizzera vuole superare la contrapposizione tra protezionismo e libero scambio. L'obiettivo non è né l'abolizione del commercio internazionale né una completa internazionalizzazione del mercato. L'obiettivo è un sistema economico democratico in cui i mezzi di produzione siano socializzati e si trovino in possesso collettivo. La GISO chiede pertanto nel lungo periodo:
- Fine delle strutture (neo-)coloniali:
Nessun sistema commerciale può essere giusto finché l'economia internazionale si fonda su strutture (neo- )coloniali. Queste strutture continuano a consentire lo sfruttamento della periferia da parte dei centri economici. Finché esisterà una divisione internazionale del lavoro ineguale e i/le* capitalist* del cosiddetto Nord globale controlleranno la maggior parte del capitale, la situazione rimarrà inaccettabile, anche nel caso in cui vigessero standard ambientali e sociali più severi. Per questo sono necessari cambiamenti profondi: la cancellazione del debito per i paesi del cosiddetto Sud globale, "riparazioni" [8] finanziarie per lo sfruttamento coloniale e crimini come la schiavitù, nonché l'espropriazione dei beni delle imprese del cosiddetto Nord globale presenti nel cosiddetto Sud globale. - Sovranità alimentare: socializzazione della terra:
La popolazione deve poter determinare ovunque autonomamente la propria politica agricola. L'obiettivo è un'agricoltura locale e rispettosa dell'ambiente con filiere corte. La terra non può più essere oggetto di speculazione che arricchisce soprattutto gli/le* investitori/trici*. Deve invece essere organizzata come bene comune. L'importazione di alimenti su distanze molto lunghe causa notevoli danni ecologici, non è sostenibile a lungo termine e deve quindi essere abolita. - La fine della concorrenza distruttiva: garanzia dell'accesso al mercato locale per i/le* produttori/trici* locali:
Le esportazioni che mettono sotto pressione la produzione locale nei paesi economicamente più svantaggiati devono essere eliminate. Tali esportazioni ostacolano lo sviluppo economico locale autonomo e si oppongono a una cooperazione internazionale solidale. Per questo motivo i siti produttivi devono sorgere il più vicino possibile ai luoghi in cui i beni vengono anche consumati. - La lotta per una concreta alleanza socialista internazionale:
Per noi è chiaro: il commercio internazionale può essere giusto ed ecologico solo se le regioni coinvolte sono organizzate democraticamente e strutturano la propria economia in modo socialista. Il socialismo non conosce confini nazionali. Le regioni che si sono liberate dal capitalismo devono collaborare. Solo così l'egemonia commerciale statunitense e in generale occidentale può essere superata e sostituita da un sistema egualitario che vada a vantaggio della classe lavoratrice.
Fonte:
[1]: https://jacobin.de/artikel/globalisierung-neoliberalismus-china-trump-
handelskrieg-freihandel
[7]:https://www.publiceye.ch/de/themen/rohstoffe/schweiz/rohstoff-drehscheibe
[8]: https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4346
Una riparazione completa per il colonialismo non esiste. Una riparazione finanziaria, ad esempio sotto forma di pagamenti di riparazione, è un passo importante che può contribuire a contenere ulteriormente le strutture neocoloniali esistenti.